Israele-Palestina: dalla parte di tutte le vittime

di Alfredo Camozzi

La strage degli innocenti che da oltre un mese viene perseguita dalle forze armate israeliane nei confronti dei civili palestinesi in Gaza e nella Cisgiordania non può essere giustificata col massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre per almeno tre motivi: a) Israele ha un debito con i palestinesi di Gaza e dei Territori Occupati, perché non ha mai rispettato le risoluzioni dell’ONU e il trattato di Oslo sulla costruzione di uno Stato Palestinese, prolungandone invece l’occupazione dal 1967 e favorendo insediamenti illegali di coloni; b) ha un debito con i palestinesi cittadini di Israele, discriminati a causa della natura etnica dello Stato Ebraico ; c) è uno Stato membro delle Nazioni Unite e pertanto moralmente e politicamente tenuto a rispettare la Carta dei Diritti Umani e le funzioni di tale organizzazione.

Il movimento Hamas, che governa Gaza a seguito delle elezioni del 2007, è stato giustamente condannato dalla comunità internazionale, per il “pogrom” indiscriminato e antiebraico compiuto il 7 ottobre, ma la stessa comunità internazionale non riesce a fermare il genocidio che sta avvenendo a Gaza, una punizione collettiva che ha luogo nella più grande “prigione a cielo aperto” del mondo. Questo fallimento è dovuto alla decisione degli USA di porre il veto alla risoluzione approvata dall’Assemblea ONU a larga maggioranza per il cessate il fuoco. Di più, gli USA sono coinvolti nel conflitto perché forniscono assistenza militare ad Israele ed hanno inviato due portaerei e un sottomarino nucleare al largo delle coste israeliane a scopo di deterrenza nei confronti di Paesi o formazioni militari che intendano aprire nuovi fronti contro Israele.

Hamas ha costruito a Gaza un regime autoritario, poco amato dalla popolazione locale, ed è riconosciuta come movimento combattente da alcuni Paesi arabi (in particolare il Quatar e la Siria), dall’Iran e dalla Turchia (che è membro NATO). L’Autorità Nazionale Palestinese che controlla solo il 22% del territorio della Cisgiordania è riconosciuta dall’ONU e riceve aiuti finanziari dall’Unione Europea (compresi quelli destinati a Gaza) e da gran parte dei Paesi arabi, in particolare dall’Arabia Saudita.

Il mondo Arabo e, in generale, i Paesi Islamici non intendono essere trascinati in questo conflitto e sostengono una soluzione politica, anche perché alcuni tra essi hanno aderito al Patto di Abramo voluto dagli USA e da Israele in funzione anti-iraniana.

Gli USA potrebbero essere gli attori di una soluzione che preveda il ritorno dell’Amministrazione Nazionale Palestinese nella striscia di Gaza e il rilancio dell’opzione “due popoli due stati” prevista dall’accordo di OSLO del 1993, ma al momento Israele appare contrario e vi è anzi la possibilità che si possa avverare una seconda Nakba, ovvero l’espulsione dei palestinesi dalla striscia di Gaza.

Di fronte a questo quadro complesso che ho cercato qui di riassumere per sommi capi, può fare qualcosa RIVE?

Credo che possiamo lavorare in varie direzioni. La prima è di stare dalla parte delle vittime quindi schierarci sia per il cessate il fuoco, sia contro l’insorgere di antisemitismo e di islamofobia; la seconda è fare rete con le realtà ecopacifiste presenti nei territori ove sono gli ecovillaggi e i soci aderenti a RIVE e opporci a che identitarismi nazionali, etnici o religiosi prevalgano rispetto al dialogo ed alla promozione dei diritti umani; la terza potrebbe essere la costruzione insieme al Global Ecovillage Network Europe di un internazionalismo ecopacifista che unisca il rifiuto della guerra, della violenza e delle economie che le sostengono alla tutela degli equilibri naturali del nostro pianeta. Questo credo sia il nostro compito politico nella convinzione che possiamo costruire nel mondo la nostra Eutopia concreta ovvero quella che non va intesa come Non-luogo ma come Luogo Felice.

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